Categoria: Famiglia

DIPENDENZA PATOLOGICA: FORMAZIONE DI UNA PERSONALITA’ A RISCHIO NELL’INFANZIA E NELL’ADOLESCENZA

La costruzione del sé, i meccanismi cognitivi e la relazione con l’altro.

Un bambino impara a costruire, nella sua testa, un modello in piccola scala (Kennet Craik, 1943), della realtà esterna e della realtà interna attraverso un processo che inizia dai primissimi momenti di vita attraverso il rapporto con le figure di attaccamento, ossia i genitori biologici o acquisiti. 

La costruzione del sé, quindi, avviene attraverso i meccanismi cognitivi e la relazione con l’altro. Quando i genitori offrono al piccolo una base sicura, il bambino si sentirà libero e sicuro di allontanarsi per l’esplorazione e sicuro di poter tornare e di trovare un genitore che lo protegge, che esprime coerenza positiva nelle risposte, nel dare le regole, nel comportamento, nel manifestare affetto, nell’incoraggiarlo, nell’accogliere le emozioni del figlio ed aiutarlo a comprenderle ed a farne buon uso. Nei nostri articoli sulle emozioni, abbiamo sottolineato come queste siano strumenti fondamentali a comprendere cosa stia succedendo nell’ambiente ed a regolarsi di conseguenza, da qui si spiega l’importanza della regolazione delle emozioni.

Un bambino che vive in un ambiente favorevole, impara quindi ad ascoltare, a legittimare, e ad esprimere le proprie emozioni con intelligenza, competenza e quindi assertività, senza ferire l’altro. Quando il bambino cresce in un ambiente sfavorevole, scomodo, instabile, dove gli adulti rispondono in modo conflittuale oppure trascurante e distratto, impara che la famiglia è un luogo dove mancano la sicurezza, la tenerezza e l’attenzione, dove è inutile ed a volte controproducente mostrare le proprie emozioni, perché gli adulti rispondono in modo inadeguato: con fastidio, minimizzando, normalizzando oppure con teatralità ed invadenza. Il momento critico nello sviluppo psichico di un bambino oscilla tra i diciotto ed i trentasei mesi di età fino all’adolescenza, periodo in cui si struttura la personalità ed in cui, se l’ambiente è sereno, sicuro e favorevole, dovrebbe imparare ad integrare le rappresentazioni buone e cattive di se stesso e degli altri. In un ambiente sfavorevole, la capacità di integrazione tra le due rappresentazioni viene meno, sviluppando una sensazione di inadeguatezza di sé e nelle relazioni interpersonali. Il bambino che ha sofferto, struttura una personalità in cui regredisce con facilità, vedendo se stesso ed il mondo o tutto buono o tutto cattivo.  Cancrini afferma che “ L’oggetto delle mei brame…viene alternativamente idealizzato (tutto buono come l’eroina “mamma”) e odiato (il mio male è tutto lì)” (cit. Luigi Cancrini “schiavo delle mie brame” pg. 10). La condotta è spesso irrazionale ed impulsiva e vi è una capacità di attivazione alle difficoltà molto bassa, che si abbassa ancora di più in una condizione di dipendenza.

DIPENDENZA O ABITUDINE?

Parliamo di abitudine quando la persona riesce ad integrare il suo oggetto del desiderio (sostanze, alcool, sesso, cibo, shopping, gioco d’azzardo, internet, ecc…), con la realtà, subordinandolo alle esigenze reali, riuscendo a rimandarlo e facendo uso in modo saltuario.

Parliamo di dipendenza vera e propria, quando l’oggetto del desiderio, diventa centrale nei pensieri e nell’organizzazione della vita di una persona, che viene completamente stravolta nella motivazione, negli obiettivi, nei valori. La dipendenza diventa l’abitudine, la norma, la quotidianità, il coinvolgimento è totale e continuo, si alza il limite di tolleranza, si innescano meccanismi di astinenza quando non c’è l’oggetto dal quale si dipende, vi sono sforzi reiterati e continui tenere a bada la propria dipendenza, l’abbandono di attività sociali e lavorative e malgrado i problemi continua a fare uso di sostanze oppure, alcool, oppure gioco o shopping, sesso promiscuo senza protezione.

16 luglio 2020

Dott.ssa Paola Fraschetti

Dott.ssa Paola Petrelli

LO SVILUPPPO DELLA DIPENDENZA PATOLOGICA NELL’ADOLESCENZA

Un periodo molto sensibile per lo sviluppo della dipendenza patologica è l’adolescenza, in cui il ragazzo o la ragazza attraversano il conflitto tra il desiderio di restare accoccolati nel nido familiare e la spinta evolutiva verso l’autonomia dell’adulto.

ADOLESCENZA E COSTRUZIONE DELLA PROPRIA IDENTITA’ OLTRE LA FAMIGLIA

L’identità dell’adolescente è molto fragile perché si sta costruendo mediante tentativi di differenziazione dalla famiglia ed è cruciale che i genitori agevolino e favoriscano questi processi, lasciando andare in modo equilibrato, le briglie del figlio o della figlia affinché possa consolidare l’indipendenza psicologica per affrontare la vita.

ADOLESCENZA E COSTRUZIONE DELLA PROPRIA IDENTITA’ NEL GRUPPO

Oggi l’adolescenza può protrarsi fino ai trent’anni, perché sono cambiati gli stili di vita e i rapporti sociali, che includono il gruppo e i social network, in grado di condizionare in modo importante il comportamento dei giovani. La famiglia forma i figli attraverso i rapporti interpersonali che creano le condizioni di sicurezza o insicurezza interna, il gruppo degli amici ed i social, sono le esperienze di indipendenza dove l’adolescente sperimenta se stesso, il proprio valore sociale e come individuo, attraverso gli altri si misura, sentendosi competente oppure incompetente e “sfigato”.  Gruppo e social incidono potentemente in questa fase della vita ed incontrano l’immagine incerta che l’adolescente ha di sé.  

LA NOSTRA ESPERIENZA CON LE FAMIGLIE

Nel nostro studio, ciò che riscontriamo, nei colloqui con i genitori degli adolescenti e dei bambini, è una mancata capacità di comprensione e di elaborazione delle emozioni.  In poche parole, mancala competenza emotiva. Il nostro lavoro di supporto, alle famiglie in difficoltà, è proprio quello di aiutarle a scoprire come si pensano e come si parlano per migliorare. La mancanza di elaborazione e di espressione degli stati emotivi, infatti, contribuisce a minare la sicurezza interna dei bambini e degli adolescenti.

UN AMBIENTE INSTABILE ED INSICURO: LIQUIDO

I fattori che facilitano il comportamento dipendente sono molteplici, anche l’ambiente sociale, che attraverso internet è sempre più “liquido”, instabile ed incerto e presente in modo invasivo, condiziona in maniera importante l’opinione che i giovani hanno di sé stessi e degli altri, soprattutto quando esiste la difficoltà a comprendere e regolare le proprie emozioni, componente fondamentale nella dinamica della dipendenza.

Dott.ssa Paola Fraschetti

Dott.ssa Paola Petrelli

10 Luglio 2020

LA DIPENDENZA PATOLOGICA: L’ILLUSIONE DELLA RICOMPENSA

Dipendere è un meccanismo che ci riguarda da vicino fin dalla nascita. In natura tutti i cuccioli hanno bisogno di dipendere fisicamente e affettivamente perché sia garantita la loro sopravvivenza.

Se il neonato non potesse contare sulla presenza dei genitori, non potrebbe resistere a lungo. Dal legame di attaccamento il bambino trae nutrimento, cure fisiche ed emotive e quella sicurezza che non può avere ancora da sé stesso poiché piccolo, indifeso e fragile.

Nelle relazioni parentali sane il bambino diventa man mano più autonomo perché acquisisce con la crescita la capacità di rendersi sempre più autonomo, pur sapendo che mamma e papà ci saranno se ne avrà bisogno.

LA BASE SICURA E’ GARANZIA DI AUTONOMIA

Questa sicurezza interna che il piccolo comincia a costruire mentre esplora, con le spalle coperte dai genitori, il piccolo grande mondo che lo circonda, rappresenta la base della sua autonomia futura, come adulto.

UN LEGAME D’ATTACCAMENTO MAL RIUSCITO PORTA CON SE’ DEI RISCHI RISPETTO ALL’AUTONOMIA.

Purtroppo, però la situazione ideale di attaccamento con base sicura, non si verifica sempre. Qualcosa può andare storto e la dipendenza naturale che caratterizza il legame d’attaccamento può gradualmente diventare disfunzionale fino a sfociare in una dipendenza patologica

LA DIPENDENZA E’ UN TENTATIVO DI SFUGGIRE AL DOLORE

La famiglia delle dipendenze è piuttosto ampia e sarà nostra premura esaminarle tutte nel dettaglio, fino alle più recenti dipendenze dal web.

Intanto, è bene chiarire che la dipendenza si compone sempre di processi fisici e psicologici che hanno lo scopo di allontanare il dolore, la ricerca di momenti di ricompensa e di benessere in maniera inconsapevole ed istintiva, che provocano un circolo vizioso. 

Il livello spesso nascosto e non compreso è proprio quello psicologico sebbene sia il più importante perché qualunque sia la sostanza o il comportamento che produce dipendenza, di fondo, viene a rappresentare sempre un’ancora di salvezza per affrontare la mancanza della base sicura interna.

Da un punto di vista fisico, la dipendenza può essere spiegata mediante le seguenti dinamiche:

  • Addiction: è l’insieme degli effetti prodotti nel corpo
  • Tolleranza: il modo in cui il sistema nervoso risponde all’introduzione della sostanza con una soglia sempre più elevata
  • Astinenza: quando la sostanza non può essere assunta, si verificano squilibri psico-fisici importanti con estrema sofferenza, aggressività e perdita di controllo
  • Craving: è il bisogno disperato di assumere la sostanza, per il quale la persona mette in atto una serie di condotte anche a rischio pur di soddisfare in maniera compulsiva il suo bisogno. 

L’ampiezza della classe delle dipendenze è data dai numerosi oggetti preferenziali da cui si può dipendere, i quali sono preferiti dalla persona in base a caratteristiche dei suoi vissuti, della sua regolazione emotiva e del tipo di gratificazione ricercata. 

L’ambiente familiare e l’educazione ricevuta hanno un peso notevole, come abbiamo accennato rispetto ai legami d’attaccamento, soprattutto nel mantenere oltre la soglia della dipendenza normale quello stato di fragilità emotiva che alimenta la dipendenza stessa. 

Nella prossima pubblicazione cominceremo ad entrare nel dettaglio di questa tipo di disturbi e lo faremo parlando proprio della categoria che è alla base di tutte gli altri oggetti di dipendenza: la dipendenza affettiva.

Parleremo di amore malato, coppie simbiotiche e delle situazioni in cui l’amore e il partner diventano una vera e propria dose da assumere con le stesse modalità di una sostanza psicoattiva.

Dott.ssa Paola Fraschetti

Dott.ssa Paola Petrelli

LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO

Con questo articolo mi rivolgo soprattutto ai non addetti ai “lavori”.

Sto scrivendo per futuri genitori e per coloro che genitori lo sono già. Non solo, mi rivolgo alle persone che, avendo avuto, come tutti, un legame d’attaccamento, vogliono capire qualcosa in più di se stessi.

Prima di parlare della Teoria vera e propria, introduco un concetto fondamentale della teoria formulata da Bowlby: Il bisogno di contatto si è selezionato nel corso dell’evoluzione per garantire la sopravvivenza della specie. I piccoli che piangevano e urlavano, riuscendo a richiamare l’attenzione della madre o chi per lei, avevano più possibilità di sopravvivere. ùLe urla ed il pianto del piccolo, così come lo stringere, l’abbracciare, il succhiare ed il sorridere, sono detti “comportamenti di attaccamento” e nel neonato sano sono ormai innati, frutto di migliaia di anni di comportamenti orientati alla sopravvivenza.

Tuttavia, il nutrimento e la sopravvivenza, non erano (e non sono) garantiti solo da gesti puramente meccanici, ma dalle emozioni e dai sentimenti che circolano attraverso il contatto e la cura. Ogni essere umano inizia la sua vita programmato per sentire il conforto attraverso il contatto: il Sistema di Attaccamento è diventato un’organizzazione psicologica che mantiene l’equilibrio in accostamento con il contatto.

La persona principale che si occupa del piccolo si chiama “figura di attaccamento”, il rapporto che s’instaura tra la figura di attaccamento ed il piccolo si chiama “legame di attaccamento”.

La “figura di attaccamento”, la madre o chi per lei, ha uno stile di risposta alle richieste del neonato, ossia al pianto, al bisogno di essere rassicurato, al bisogno di essere nutrito. Questo stile è stato studiato da Mary Ainsworth, una psicologa canadese allieva di John Bowlby, che svolse tre importanti studi tra i quali la Strange Situation, attraverso i quali riconobbe e definì gli “stili di attaccamento” con base sicura, con base insicura-ansiosa ambivalente e con base insicura ansiosa evitante. In seguito Mary Maid riuscì a definire un terzo stile di attaccamento con base insicura ansiosa, quello disorganizzato.

La Base sicura è caratterizzata dalla capacità di esplorazione, autonomia e fiducia;

La base insicura ansiosa ambivalente è caratterizzata dall’imprevedibilità delle risposte materne sempre diverse e mai scontate; il bambino non sa cosa l’aspetterà, ha risposte emotive sproporzionate che utilizza per gestire la figura di attaccamento ed attirare la sua attenzione.

La base insicura ansiosa evitante è caratterizzata dall’ostilità della figura d’attaccamento, il bambino mostra un’”autonomia forzata”, perché per mantenere la vicinanza della madre deve garantire a lei di non essere “infastidita”, per questo si isola, non mostra segni d’ansia né di preoccupazione che potrebbero causare una reazione di allontanamento da parte della madre, diventa presto autonomo.

La base insicura ansiosa disorganizzata è caratterizzata da un paradosso: una figura di attaccamento minacciosa. Il bambino dovrebbe trovare nella madre la sicurezza ed invece trova la minaccia, istintivamente si avvicina per farsi proteggere proprio dalla persona che gli causa paura. Si mettono in funzione contemporaneamente il sistema nervoso simpatico e parasimpatico, il sistema sicurezza ed il sistema minaccia: cosa deve fare il piccolo? Da chi può andare per essere protetto? Si adatterà alla madre che ha, non riuscendo ad organizzare un comportamento coerente, mostrerà comportamenti simultanei e contraddittori, incompleti o interrotti improvvisamente, esprimerà confusione e disorientamento, paura o preoccupazione nei confronti della figura di attaccamento.

Dott.ssa Paola Fraschetti

 

Bibliografia nella sezione specifica del sito.

 

COPPIA E DIFFERENZIAZIONE: UN ATTO D’AMORE

Se vi offrite al vostro partner come un mazzo di fiori dovreste almeno prima sistemare il regalo”

( Rilke & Mood)

Le relazioni sembrano spesso degli intricati grovigli, dove il movimento di uno è bloccato dalla posizione  dell’altro, nella stessa misura. Spesso i vissuti emotivi nella coppia sono: sofferenza, tristezza, solitudine, frustrazione. Le crisi sono delle fasi della vita della coppia, dove i toni diventano più alti e dove vengono alla luce le reciproche difficoltà e gli “incastri” relazionali . Spesso questi “incastri” relazionali, dipendono da un modello ereditato dalla  famiglia d’origine. L’eredità familiare, influisce nella vita di ogni persona inconsapevolmente, attraverso convinzioni ed modalità di percepire ed interpretare se stessi, gli altri e gli eventi che accadono, come una profezia che si auto avvera. Molte persone, quando iniziano una relazione, si offrono al proprio partner come un mazzo di fiori mal composto. Quindi con qualità che di per sé sono belle, ma delle quali la persona che le possiede non si è appropriata, quindi non può comporle in maniera armonica. Si può diventare veri proprietari del proprio giardino interiore, attraverso un lavoro psicologico che si chiama “differenziazione”. “La differenziazione è la capacità di mantenere il vostro senso del Sè quando il vostro partner è lontano o quando non vi trovate in una relazione d’amore d’importanza fondamentale. Date valore al rapporto, ma non cadete in depressione quando siete solo”(David Scnarch).  La differenziazione permette di riconoscersi all’interno della famiglia nella quale si è nati, di riconoscere l’appartenenza e nello stesso tempo la propria unicità. Con la differenziazione, si acquisisce la capacità di aprire uno spazio alla vera intimità ed all’unione con l’altro, perché non si teme più di essere “invasi”,di sentirsi persi, confusi, soffocati. Differenziarsi è un atto d’amore verso se stessi e verso gli altri, significa costruire l’integrità del proprio sé in equilibrio con la relazione.

Dott.ssa Paola Fraschetti

I MODELLI OPERATIVI INTERNI

Numerosi studi hanno dimostrato che Il nostro patrimonio genetico è influenzato dalle nostre esperienze soggettive e dalla nostra interazione con l’ambiente, in questo modo sopravviviamo e ci adattiamo selezionando gli elementi che costituiscono una minaccia alla nostra sopravvivenza e quelli che ci garantiscono sicurezza e protezione.

Il legame di attaccamento tra il neonato ed il caregiver, si sviluppa nella prima infanzia, Bowlby notò che il piccolo non ricercava solo il nutrimento materiale sotto forma di cibo, ma cercava soprattutto, un nutrimento fatto di protezione, di accudimento, di calore affettivo, di serenità, di delicatezza e di attenzione.

Attraverso la qualità della relazione di attaccamento (sicura o insicura ambivalente, insicura evitante, insicura disorganizzata) già dai primi momenti dalla nascita, il neonato impara, attraverso l’imitazione, un modo di percepire se stesso ed il mondo. Già dalla primissima infanzia, iniziamo a creare gli schemi cognitivi che sono la base del rapporto con noi stessi e con gli altri. Denominati Internal Working Model o Modelli Operativi Interni, questi schemi si costruiscono attraverso la relazione di attaccamento, costituiscono la rappresentazione interna di sé e degli altri, condizionano la nostra vita relazionale da bambini e da adulti. Sono come sentieri formati da tracciati neuronali creati da emozioni e da memorie emotive, che la mente percorre e ripercorre interpretando la realtà.

La parola modello, si riferisce alla struttura della relazione, la parola operativi, sottolinea la dimensione dinamica della rappresentazione interna. I MOI si mantengono come un modello di base, dei prototipi applicati in maniera generalizzata alle successive esperienze relazionali del bambino e poi dell’adulto. Sono resistenti al cambiamento perché agiscono al di fuori della consapevolezza dell’individuo, creando un circolo vizioso.

Percorrere lo stesso sentiero conduce sempre nello stesso nello stesso luogo, ripetere stabilmente i MOI nel tempo, offre risultati uguali o simili, confermando quella determinata percezione di sé e degli altri: LA PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA.

Tuttavia, attraverso un buon sostegno psicologico (quando necessario, una psicoterapia) è possibile modificare il nostro percorso o per lo meno renderlo più agevole, confortevole, sicuro.

Paola Fraschetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA GENITORIALITA’ COME BASE SICURA

Tra le tante attività sulle quali la società dovrebbe investire di più per migliorarsi, il primo posto dovrebbe andare alla genitorialità. I genitori dovrebbero essere aiutati a diventare una base sicura per i propri figli, essere un “porto sicuro” ed un “sostegno attivo”, che aiuti il piccolo ad esprimere la propria curiosità ed il bisogno di esplorare, sviluppare la propria individualità ed il senso di autonomia. Un genitore che offre una base sicura al proprio figlio, partecipa attivamente al miglioramento della società, perché un figlio che sviluppa un legame di attaccamento sicuro diventerà un adulto completamente funzionante in grado di cooperare positivamente nella comunità.

Lorna Smith Benjamin, afferma che “il nostro compito come specie umana è di andare nel mondo e crescere meglio.”

Tuttavia, anche quando non sia stato possibile ricevere uno stile di attaccamento sicuro è possibile guadagnarlo, attraverso il sostegno psicologico, infatti, ogni persona, coppia e famiglia, se motivate, possono migliorare la tendenza relazionale, lo stile di attaccamento, per conquistarne uno più sicuro.

“Ad un certo punto della loro vita la maggior parte degli esseri umani desidera avere dei bambini e desidera anche che i propri figli crescano sani, felici, fiduciosi di sé […]. Essere genitori significa lavorare sodo. Dare tempo ed attenzione ai bambini significa sacrificare altri interessi e altre attività. Le prove di quanto sto dicendo sono indiscutibili. Infiniti studi […] attestano che gli adolescenti e i giovani adulti sani, felici e fiduciosi in sé stessi sono il prodotto di famiglie in cui entrambi i genitori forniscono ai propri figli una grande quantità di tempo e attenzioni.” (J. Bowlby, “Una base sicura”, 1989)

Per diventare dei genitori “sufficientemente buoni”, è necessario comprendere alcuni meccanismi umani fondamentali, scientificamente studiati e validati. Un comportamento necessario a garantire la sopravvivenza è quello di attaccamento.In psicologia l’attaccamento è il legame emotivo che unisce la madre al figlio ed il figlio alla madre, secondo Darwin e Bowlby, il legame di attaccamento sarebbe fondamentale per la sopravvivenza e per la formazione della personalità.

Il neonato umano, così piccolo e vulnerabile, alla nascita ha un cervello immaturo e non ancora completamente formato che si svilupperà nel corso degli anni durante i quali non è autosufficiente ma dipende dai genitori. Così come per sopravvivere, il neonato ha maturato nel corso dei secoli un “comportamento di attaccamento”, per attrarre la madre a nutrirlo e proteggerlo, anche la madre ha sviluppato un “comportamento di attaccamentodi risposta che ha imparato a sua volta dalla sua esperienza di attaccamento con la madre o chi per lei.

Nel corso dei secoli abbiamo selezionato ed ancorato al nostro patrimonio genetico comportamenti ed emozioni, orientati alla protezione dei figli, che prendono il nome di “investimento parentale”. La madre ha quindi una predisposizione innata che le consente di comprendere i segnali del figlio ed i bisogni, competenza necessaria per offrire al piccolo cure adeguate, regolari e costanti. Il legame di attaccamento, sarebbe diventato nel corso del tempo, una “programmazione genetica” che fa si che, soprattutto nelle situazioni di pericolo, si attivi il “sistema di attaccamento” che, a qualsiasi età, porta a chiedere il sostegno e la cura da quelle figure importanti per noi, che sanno proteggere.

I neonati sviluppano il legame di attaccamento verso una persona precisa dal primo anno di età. Nei primi mesi di vita possono trarre conforto anche da un’altra persona o anche più persone, tuttavia dal primo anno di età, il neonato avrà sviluppato con una persona in particolare il legame con la sua figura di attaccamento. Quando il legame è di base sicura il piccolo può partire verso le esplorazioni del mondo per poi tornare. La libertà e la serenità di esplorare il mondo, giocare da solo o con altri bambini, interagire con altri adulti, sviluppare la curiosità per altri spazi ed oggetti, è possibile quando la madre (oppure il caregiver), sa proporsi come colei sulla quale il bambino sa di poter fare affidamento, perché coerente nelle risposte e disponibile, pronta a proteggerlo quando necessario, accogliente e rispettosa delle caratteristiche del piccolo, mai critica, mai svalutante, mai iper o ipo protettiva, mai coercitiva, mai minacciosa, mai instabile o imprevedibile.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Ainsworth M,D.S.. Blehar M.C., Waters E. e Walls S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the Strange Situation, Lawrence Erlbaum Associates Publishers, Hilldale.
  • Attili Grazia. L’amore imperfetto. (2012). Società Editrice il Mulino. Bologna
  • Bowlby, J. (1982). Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Bowlby, J.(1983). Attaccamento e perdita, Vol. 3: La perdita della madre, Boringhieri, Torino.
  • Bowlby, J.(1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Carli, L.(1995). Attaccamento e rapporto di coppia, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Cotugno, A., Intreccialagli, B. (a cura di) (1994). La coscienza e i suoi disturbi, Melusina Editrice, Roma.

 

 

 

ATTACCAMENTO:LA TEORIA DI BOWLBY

Con questo articolo mi rivolgo soprattutto ai non addetti ai “lavori”. Sto scrivendo per futuri genitori e per coloro che genitori lo sono già. Non solo, mi rivolgo alle persone che, avendo avuto, come tutti, un legame d’attaccamento, vogliono capire qualcosa in più di se stessi.
Prima di parlare della Teoria vera e propria, introduco un concetto fondamentale della teoria formulata da Bowlby: Il bisogno di contatto si è selezionato nel corso dell’evoluzione per garantire la sopravvivenza della specie. I piccoli che piangevano e urlavano, riuscendo a richiamare l’attenzione della madre o chi per lei, avevano più possibilità di sopravvivere. Le urla ed il pianto del piccolo, così come lo stringere, l’abbracciare, il succhiare ed il sorridere, sono detti “comportamenti di attaccamento” e nel neonato sano sono ormai innati, frutto di azioni orientate alla sopravvivenza utilizzate e selezionate nel corso di migliaia di anni.
Tuttavia, il nutrimento e la sopravvivenza, non erano (e non sono) garantiti solo da gesti puramente meccanici, ma dalle emozioni e dai sentimenti che circolano attraverso il contatto e la cura. Ogni essere umano inizia la sua vita programmato per sentire il conforto attraverso il contatto: il Sistema di Attaccamento è diventato un’organizzazione psicologica che mantiene l’equilibrio in accostamento con il contatto.
La persona principale che si occupa del piccolo si chiama “figura di attaccamento”, il rapporto che s’instaura tra la figura di attaccamento ed il piccolo si chiama “legame di attaccamento”.
La “figura di attaccamento”, la madre o chi per lei, ha uno stile di risposta alle richieste del neonato, ossia al pianto, al bisogno di essere rassicurato, al bisogno di essere nutrito. Questo stile è stato studiato da Mary Ainsworth, una psicologa canadese allieva di John Bowlby, che svolse tre importanti studi tra i quali la Strange Situation, attraverso i quali riconobbe e definì gli “stili di attaccamento” con base sicura, con base insicura-ansiosa ambivalente e con base insicura ansiosa evitante. In seguito Mary Maid riuscì a definire un terzo stile di attaccamento con base insicura ansiosa, quello disorganizzato.

La Base sicura è caratterizzata dalla capacità di esplorazione, autonomia e fiducia;
La base insicura ansiosa ambivalente è caratterizzata dall’imprevedibilità delle risposte materne sempre diverse e mai scontate; il bambino non sa cosa l’aspetterà, ha risposte emotive sproporzionate che utilizza per gestire la figura di attaccamento ed attirare la sua attenzione.
La base insicura ansiosa evitante è caratterizzata dall’ostilità della figura d’attaccamento, il bambino mostra un’”autonomia forzata”, perché per mantenere la vicinanza della madre deve garantire a lei di non essere “infastidita”, per questo si isola, non mostra segni d’ansia né di preoccupazione che potrebbero causare una reazione di allontanamento da parte della madre, diventa presto autonomo.
La base insicura ansiosa disorganizzata è caratterizzata da un paradosso: una figura di attaccamento minacciosa. Il bambino dovrebbe trovare nella madre la sicurezza ed invece trova la minaccia, istintivamente si avvicina per farsi proteggere proprio dalla persona che gli causa paura. Si mettono in funzione contemporaneamente il sistema nervoso simpatico e parasimpatico, il sistema sicurezza ed il sistema minaccia: cosa deve fare il piccolo? Da chi può andare per essere protetto? Si adatterà alla madre che ha, non riuscendo ad organizzare un comportamento coerente, mostrerà comportamenti simultanei e contraddittori, incompleti o interrotti improvvisamente, esprimerà confusione e disorientamento, paura o preoccupazione nei confronti della figura di attaccamento.

ESSERE SE STESSI: LO SVINCOLO DALLA FAMIGLIA

Lo svincolo dalla famiglia d’origine è un passaggio fondamentale per il benessere dell’individuo, per avere una buona relazione di coppia e creare una famiglia sana.

E’ Bowen a parlare di massa indifferenziata dell’io familiare, una sorta di corrente fatta di emozioni, prevalentemente inconsce, che scorre sotterranea alla famiglia connettendo i membri. Questa corrente emotiva, un’identità emotiva conglomerata, può influire nelle valutazioni, nelle scelte e nel comportamento di ogni familiare. Più gli elementi della famiglia sono indifferenziati, più subiscono le influenze psicologiche della corrente emotiva indifferenziata, mancando la consapevolezza, mancandolo lo svincolo e la realizzazione personale.

Lo svincolo di un figlio dalla famiglia d’origine è un processo di crescita verso l’autonomia che dovrebbe iniziare dalla nascita del bambino. Affinché il figlio, diventato giovane adulto, possa svincolarsi dai propri genitori, questi devono essere stati sufficientemente bravi e lungimiranti, avere chiara la differenza tra coppia genitoriale e coppia coniugale, essere stati in grado di stimolare l’autonomia del figlio e la fiducia in se stesso, averlo tenuto lontano dalle loro dinamiche di coppia, nel caso di un genitore vedovo o single, deve essere riuscito a lasciare libero il figlio dall’obbligo di sostituire il partner mancante.

Lo svincolo è la costruzione di una base solida. Entrambi i genitori devono agevolare l’uscita di casa dei figli essendo capaci di tollerare i sentimenti di vuoto e tristezza che ne possono derivare.

I figli, sentendo i genitori sereni e forti, si sentiranno autorizzati ad andare per la loro strada senza sensi di colpa. Al contrario, se i figli percepiscono che i genitori tentennano, ad esempio perché hanno bisogno di loro per smorzare le tensioni nella coppia, non riusciranno a lasciare la casa familiare e probabilmente rimanderanno la loro indipendenza, con il risultato di non riuscire a realizzarsi come adulti e come adulti in coppia. Una diversa reazione del figlio non svincolato, potrebbe esser quella di rompere bruscamente i rapporti con i genitori ed i familiari in una sorta di “fuga”, che illude che lo svincolo sia avvenuto. In realtà, lo svincolo è un processo interiore, i chilometri ed i muri, non possono sostituirlo, sono solo dei palliativi momentanei per prendere fiato ed illudersi di essere indipendenti ed individuati all’interno della massa indifferenziata della famiglia.

 

 

L’IMPORTANZA DELL’ACCUDIMENTO NELLA PRIMISSIMA INFANZIA

 

Secondo la Teoria dell’Attaccamento (Bowlby), il modo di accudimento utilizzato nella primissima infanzia, influenza la costruzione della personalità nell’adulto che diventerà attraverso la formazione di alcuni schemi cognitivi chiamati Modelli Operativi Interni (MOI). Se l’accudimento presenta modalità distorte o carenti, si stabiliscono i presupposti per le quali una persona non evolve attraverso percorsi sani. L’espressione delle emozioni, la loro regolazione e i comportamenti del bambino e dell’adulto poi, sarebbero quindi fortemente condizionati dalla qualità dell’ accudimento ricevuto ed esperito in età precoce, durante il primo anno di vita.

 

Con questo primo articolo sulla teoria dell’attaccamento, iniziamo insieme a vedere il perché di quanto affermato sopra, partendo da una veloce sintesi scientifica.

Bowlby nasce come psicanalista, ma dall’analisi freudiana si distacca presto, perché non è convinto che alla base del rapporto madre/figlio vi siano pulsioni sessuali, ma crede che vi sia dell’altro. Lavorando come volontario in una scuola di ragazzi disadattati, Bowlby si convince che le difficoltà di quei giovani dipendono da un’infanzia infelice. S’interessa degli studi di Lorenz sull’Imprinting dei volatili e degli studi di Hinde e di Harlow sull’imprinting dei macachi , scoprendo così che le piccole scimmiette erano portate a cercare il caldo ed il morbido in una mamma- fantoccio fatta di gommapiuma, piuttosto che il cibo offerto da una madre-fantoccio di freddo metallo. Il nutrimento affettivo era più importante del cibo.

Nella specie umana, il legame del bambino con la madre si costruisce dalla nascita. Da uno studio svolto da Mary Ainsworth, il Ganda Project (1967), è emerso come l’attitudine del piccolo all’esplorazione era ininterrottamente dominata dalla capacità della madre di porsi come “base sicura”, da cui allontanarsi e a cui ritornare. Esplorazione e vicinanza, erano mantenuti in equilibrio tramite un controllo continuo, da parte del piccolo, della qualità della disponibilità e dall’attenzione della madre. Con il Baltimore Longitudinal Project (1968-1978), Bowlby avrà le conferme definitive sulla sua teoria, definita insieme alla Ainsworth “un approccio etologico allo sviluppo della personalità”.

Attraverso un’impostazione rigorosamente scientifica, Bowlby e Ainsworth, dimostrano come “l’espressione delle emozioni, la loro regolazione e i comportamenti, siano funzione del tipo di accudimento esperito in età precoce, durante il primo anno di vita, e come le regolarità nelle associazioni tra le risposte dei piccoli e le esperienze avute siano tali da consentire di raggruppare gli individui in tipologie specifiche“. (Ainsworth, Blehar, Waters, Wall, 1978)

Dallo studio emergeva che i bambini sin dalla nascita mettevano in atto una serie di comportamenti in modo preferenziale, questi comportamenti erano diretti verso una figura in particolare, in genere la madre, ad esempio il bambino piangeva se era la mamma ad allontanarsi ma non se si allontanava era un’altra persona. Questi comportamenti innati legati, al bisogno del bambino di sopravvivere, avevano lo scopo di mantenere la figura di accudimento il più possibile vicina a loro.

A sei mesi, questi comportamenti chiamati COMPORTAMENTI DI ATTACCAMENTO, finalizzati a promuovere la vicinanza e la prossimità con la madre, diventavano organizzati in modo più specifico e coerente, perché, in una gerarchia di figure familiari, quella di accudimento diveniva quella preferita ossia quella di riferimento principale, chiamata FIGURA DI ATTACCAMENTO, così che per i piccoli, diveniva difficile se non impossibile, superati i nove mesi, riprogrammare e rindirizzare le loro richieste verso un’altra figura.

PFP

Bibliografia

Grazia Attili ” Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente” Raffaello Cortina Editore, 2016

Bowlby “Attaccamento e perdita vol 1” Boringhieri, Torino 1972

 

Famiglia: l’importanza dello svincolo

Lo svincolo è un passaggio fondamentale per il benessere dell’individuo e per avere una buona relazione di coppia. Lo svincolo di un figlio dalla famiglia d’origine è un processo di crescita verso l’autonomia che dovrebbe inizia dalla nascita del bambino.

Affinché il figlio, diventato giovane adulto, possa svincolarsi dai propri genitori, questi devono essere stati sufficientemente bravi e lungimiranti, avere chiara la differenza tra coppia genitoriale e coppia coniugale, devono essere stati in grado di stimolare l’autonomia del figlio e la fiducia in se stesso, devono averlo tenuto lontano dalle loro dinamiche di coppia, ancor più se la coppia genitoriale è in crisi, oppure, nel caso di un genitore vedovo o single, deve essere riuscito a lasciare libero il figlio dall’obbligo di sostituire il partner mancante.

Read more

Il ciclo della famiglia e le crisi personali, di coppia e familiari

Jay Haley individuò il “ Ciclo della Famiglia”, una successione di eventi che scuotono la routine familiare e la sua struttura spingendo al cambiamento. Ogni ciclo rappresenta un passaggio che prevede l’uscita o l’entrata, fisica e psicologica, di un elemento della famiglia: il corteggiamento, il matrimonio, la nascita di un figlio, l’educazione dei figli e la scolarizzazione, l’emancipazione dei genitori dai figli e dei figli dai genitori lasciando il nido vuoto, il pensionamento, la vecchiaia, la morte.

Se durante uno di questi passaggi, la famiglia non riesce a trovare le risorse per lasciare che avvenga il cambiamento, ostinandosi nel mantenere la situazione statica, s’interrompe e si blocca un processo evolutivo che come ricaduta provocherà un disagio a carico di un familiare oppure di tutti i componenti della famiglia. Read more

DIPENDENZA PATOLOGICA: FORMAZIONE DI UNA PERSONALITA’ A RISCHIO NELL’INFANZIA E NELL’ADOLESCENZA

La costruzione del sé, i meccanismi cognitivi e la relazione con l’altro. Un bambino impara a costruire, nella sua testa, …

LO SVILUPPPO DELLA DIPENDENZA PATOLOGICA NELL’ADOLESCENZA

Un periodo molto sensibile per lo sviluppo della dipendenza patologica è l’adolescenza, in cui il ragazzo o la ragazza …

LA DIPENDENZA PATOLOGICA: L’ILLUSIONE DELLA RICOMPENSA

Dipendere è un meccanismo che ci riguarda da vicino fin dalla nascita. In natura tutti i cuccioli hanno bisogno di dipendere …